I miei primi passi, Slow Food e l’emergenza cibo

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Oggi niente ricetta. O meglio non vi proporrò una ricetta culinaria, ma una che vale per la vita.

Spero che avete capito che dietro questo blog c’è una ragazza che, sì, ha una passione per la cucina ma, prima di tutto, per la natura, per la biodiversità e l’ecosistema.

Non troverete quindi un hamburger di maiale comprato al supermercato (non so nemmeno in quale bancone prenderlo, non mi interessa e non ne sento la voglia). Anche se il supermercato è dietro l’angolo di casa mia, non so da quanti mesi non ci metto piede!

Io prediligo il “Km zero”, la filiera corta, meglio se cortissima. Un esempio? Prendiamo queste polpette: la ricotta non è quella del supermercato, ma la compro direttamente qui, così come l’olio, il primo sale, la verdura e la frutta. Lo stesso vale per le uova: il contadino mi ha assicurato che le sue galline conducono una vita felice e all’aria aperta!

Molte volte gli amici si lamentano che non riescono a trovare ricette che potrebbero fare all’uscita da scuola: “Astrid sono troppo elaborate, troppa verdura!”.  Sinceramente non mi sembra così, ma naturalmente capisco che i miei gusti sono un po’ diversi da quelli degli altri ragazzi della mia età, amanti delle patatine, coca-cola, caramelle, gomme, surgelati e merendine: con me cascate male!

Io credo che consapevolezza e coscienza critica in cucina siano difficili da acquisire. In apparenza, sembra un problema che non ci tocca direttamente o viene tramandata dalla famiglia, personalmente la mia consapevolezza, me la sto facendo da sola documentandomi, aggiornandomi, leggendo riviste, seguendo sempre Green Peace, WWF, Lega Ambiente, Slow Food ecc.

Tutti nel nostro piccolo possiamo fare qualcosa ed è veramente facile: auto-produrre pane, yogurt ecc., stare attenti agli sprechi riutilizzando scarti per esempio delle verdure, leggere le etichette, preferire i mercati rionali, limitare il consumo di carne, comprare prodotti locali e di stagione sono solo piccoli accorgimenti,che però aiutano davvero a crescere, a migliorare se stessi e gli altri, perché se noi ci crediamo e diventiamo forti in quello che facciamo, non possiamo non coinvolgere il nucleo familiare o gli amici.  

Guardiamo nel nostro piatto: cosa c’è dentro e come è stato prodotto, allevato, da dove viene, quanta acqua e quale qualità di farina è stata impiegata?

L’industria non guarda più alla qualità dei prodotti, ma alla quantità e non rispetta né la biodiversità, né gli ecosistemi. Di conseguenza le nostre scelte si ripercuotono sulla Terra, ma  il problema più grande è la perdita del valore simbolico dei cibi.

Il gusto, la biodiversità, la salute di uomini e animali, il benessere e la natura subiscono attacchi continui.

 Noi consumatori non dobbiamo essere passivi, dobbiamo pretendere di sapere da dove vengono i prodotti, evitare quelli che provengono da lontano, rispettare le stagioni e saper pagare il giusto prezzo.

 Siamo noi con le nostre scelte a orientare il mercato e la produzione. Il consumo diventa parte dell’atto produttivo: il consumatore diventa co-produttore.
 Come predica Slow Food, ci sono tre requisiti imprescindibili e interconnessi: buono, pulito e giusto.
  • il buono, ovvero prodotti di alta qualità e radicati nella cultura del territorio
  • il pulito, ovvero prodotti ottenuti con tecniche sostenibili
  • il giusto, ovvero realizzati in condizioni di lavoro rispettose delle persone, dei loro diritti, della loro cultura, e che garantiscono una remunerazione dignitosa.
 Ma di cosa voglio parlare io oggi? Dei cosiddetti paradossi del cibo in cui siamo immersi fino al collo:
  1. la destinazione di quello che viene prodotto: un terzo circa serve a nutrire il bestiame, estensioni sempre maggior di terreno agricolo sono destinate a coltivazioni dalle quali si ricava biocarburante, con notevoli ripercussioni ambientali
  2. lo spreco: ogni anno circa 4 miliardi di tonnellate di alimenti ancora commestibili vengono buttate
  3. lo squilibrio, sono quasi 900 milioni le persone che soffrono di denutrizione, mentre 1.5 miliardi sono le persone obese o in sovrappeso.

È ovvio che ci vuole una riorganizzazione della catena alimentare, come dice Andrea Segré, fondatore di Last Minute Market e da ottobre alla guida del Pool Anti-spreco.

“Cibo e sostenibilità: come ridurre il nostro impatto ambientale, garantendo salute e accesso al cibo per tutti” potrebbe benissimo essere il titolo della traccia dell’esame di maturità di quest’anno, ma per il momento a questa formula che sintetizza i problemi a cui stiamo andando incontro hanno risposto ragazzi pieni di talento, università, scienziati ed esperti nell’ambito dei sistemi alimentari sicuri e sostenibili che hanno partecipato alla quinta edizione del Forum Food and Nutrition di Barilla, svoltosi a Milano il 26 e 27 novembre scorso. Il 4 dicembre uscirà una Guida con le proposte più interessanti che sono state proposte al Forum. A noi non resta che sperare che politici e potentati economici facciano la scelta giusta.
Intanto voglio parlarvi di “Slow Food”, associazione internazionale no-profit fondata nel 1986 da Carlo Petrini. Slow Food si occupa di cibo in modo lento appunto “slow” per questo il suo motto è buono, pulito e giusto. Si impegna a difendere il nostro patrimonio agro-socio-culturale, a garantire uno sviluppo sostenibile, capace di limitare il consumo e l’uso delle risorse naturali,a tutelare le produzioni alimentari e la biodiversità.
Slow Food nel 2004, in occasione del Salone Internazionale del Gusto che si tiene a Torino, ha lanciato l’idea di Terra Madre. Sono stati radunati 5000 produttori da 130 paesi. Nell’edizione dello scorso ottobre, i rappresentanti delle comunità del cibo, i cuochi, i docenti, i giovani e i musicisti provenienti da circa 160 paesi, si sono impegnati a promuovere una produzione alimentare locale, sostenibile, in equilibrio con il pianeta e rispettosa dei saperi tramandati di generazione in generazione. “Terra Madre” è una rete che cresce continuamente; al centro dell’impegno di coloro che vi aderiscono c’è un’attenzione particolare per i territori, per le varietà vegetali e le specie animali che hanno permesso nei secoli di preservare la fertilità delle terre.

Vi ho detto queste cose non per fare pubblicità diretta a Slow Food, ma per condividere con voi il mio essere, per ribadire cosa conta per me. Naturalmente sono socia Slow Food (mi posso considerare un piccolo tassello di questa grande associazione), seguo la newsletter e aggiornerò anche voi perché io ci voglio credere perché voglio che il nostro futuro sia migliore.

(Fonte: Antonio Cianciullo, Cibo. La grande emergenza, “La Repubblica”, 22 novembre 2013.)

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7 commenti Aggiungi il tuo

  1. The Master Of Cook ha detto:

    Son impressionato Astrid dalla tua maturità. Una ragazza tanto giovane e giudiziosa non mi capitava di incontrarla da tanto. La mia esperienza con i giovani è sconfortante…
    Oltre che farti i complimenti però ti dico anche una cosa un pò sciocca:
    hai parlato degli hamburger di maiale e di filiera corta.. per un attimo ho immaginato che avresti scritto: “quindi il maiale me lo allevo io!” ah ah ah
    Buona Domenica! 🙂

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    1. Astrid ha detto:

      Ahahha ci sei andato vicino però: io ho avuto un maialino piccolo e rosa però lo trattavamo come un gattino! Quindi la carne di maiale che sia di filiera corta o lunga non riuscirei a mangiarla!

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    2. Astrid ha detto:

      Dimenticavo…grazie dei complimenti. Vedrai ho cosi tante cose da scrivere!

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  2. Terry ha detto:

    Continua cosí… Grande post!

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  3. Vegan In Chic ha detto:

    Brava, mi piace molto il tuo punto di vista, che e’ anche il mio 😉

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    1. Astrid ha detto:

      Grazie vuol dire che mi sono fatta capire menomale. Ogni volta mi sembra così difficile esporre i miei pensieri!

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